SUOR LETIZIA   (Claudia  Lo Blundo)


Era stata ammessa al postulando dopo aver conseguito il diploma magistrale; trascorsi sei mesi, aveva indossato il velo bianco delle novizie e, scaduti i due anni di rito, in una giornata di festa, in compagnia di altre sei giovani, aveva consacrato la propria vita a Dio.
  Il vescovo, durante la celebrazione del rito, aveva detto che dai segni esterni si poteva capire che Dio aveva dimostrato il proprio compiacimento nell’accogliere i voti di quelle anime elette regalando loro un tempo particolarmente radioso per una giornata che, pur se all’inizio della primavera, sembrava aver messo in fuga i freddi invernali.


  Miracolosamente sfuggita alla morte nel campo di concentramento in cui era morta la madre, a circa otto anni era stata accolta in un collegio di suore.  
  Durante gli anni successivi aveva trascorso brevi periodi fuori istituto, soggiornando presso parenti e, già studentessa, presso la famiglia di qualche compagna, ma rientrava sempre volentieri in collegio e diceva:
“Come l’uccello che torna al suo nido!”.
Non avrebbe saputo immaginare la propria esistenza in un luogo diverso e le era sembrato giusto entrare a far parte della famiglia di quelle suore che l’avevano tanto aiutata.
  Poiché era sempre serena, disponibile con tutti, pronta ad ascoltare gli altri, più che a parlare, al momento del suo ingresso in noviziato le era stato imposto il nome di Letizia: Suor Letizia!
  Cosa può fare una giovane che si chiami Letizia, se non essere sempre messaggera di gioia?
  Suor Letizia insegnava alle adolescenti non soltanto i programmi scolastici, ma anche quei comportamenti necessari per una crescita equilibrata nella vita personale e sociale.
  Lei desiderava che tutte quelle giovani scoprissero il segreto per essere, soprattutto, serene e diceva:
“Quando il cuore è in pace con Dio è in pace anche con il prossimo!”.
  Suor Letizia non amava parlare della propria infanzia; non aveva voluto proseguire gli studi universitari: non le interessavano gli studi filosofici né la incuriosiva imparare a capire la psiche umana secondo gli studi presentati da Freud.
  Diceva: “Quando hai Dio, hai tutto!”.
  Con il trascorrere degli anni, la vita di suor Letizia sembrava scorrere sempre uguale tanto che ad un osservatore esterno poteva addirittura, sembrare monotona.
  Emessi i voti perpetui era diventata Madre Letizia ed il suo cuore amava di un tenero affetto materno tutti quei giovani fiori che per motivi più diversi, si trovavano in collegio.
  Ma la sua non era una vita noiosa, anzi era serena, scandita dagli orari imposti dalla regola e dai doveri del suo ufficio: dopo le ore di insegnamento aveva il compito di seguire le adolescenti, quindi scuola al mattino e presenza costante al fianco delle ragazze, al pomeriggio: tra queste due attività la preghiera.

  In un’assolata domenica di maggio, mentre tutto, intorno, era silenzio e quasi tutte le ragazze erano tornate a casa per la giornata di festa, Madre Letizia leggeva in biblioteca; con lei c’era Luisa, poco più che bambina, appena dodicenne.
  Bussarono al portone d’ingresso. Madre Letizia stava per alzarsi, ma Luisa, più svelta, disse: “Vado io!”.
  Madre Letizia le gridò:
“Prima di aprire domanda chi è!”.
  Ma Luisa non poteva sentirla, di corsa era giunta al portone.
  Madre Letizia si immerse nella lettura; ad un tratto un grido: “Aiuto, aiuto!”.
  Madre Letizia si alzò facendo rovesciare, nella fretta, la sedia sulla quale era seduta, e corse nel corridoio adiacente la biblioteca, quello sul quale si apriva il portone  d’ingresso.
“Aiuto Madre, Madre!”.
  Dinanzi agli occhi di Madre Letizia si stava svolgendo una scena disgustosa; chi aveva bussato era un uomo con indosso solo il cappotto; stringeva sul proprio corpo nudo, con forza, la piccola Luisa che cercava di svincolarsi mentre le mani di lui si intrufolavano sotto il vestito di lei.
  Madre Letizia prese un pesante porta ombrelli che si trovava lì vicino e, con tutta la forza di cui la caricò la sua rabbia, lo tirò addosso all’uomo che cadde a terra.
  Le altre Suore giungevano nel momento in cui l’oggetto colpiva pesantemente l’uomo.
  Seguì un logico trambusto; Madre Letizia accolse tra le proprie braccia la piccola Luisa ma non si capiva bene chi, delle due, avesse più bisogno di aiuto.
  Con gli occhi chiusi, mentre carezzava amorevolmente Luisa, scossa da conati di vomito, Madre Letizia stentatamente ed ansimando diceva:
“Calmati, non pensarci più, è tutto passato; ora conta: uno, due, tre, quattro…”
  Improvvisamente Madre Letizia cadde a terra svenuta, sotto gli occhi esterrefatti, delle due consorelle.
  Era stata chiamata la polizia ed anche il medico, il quale, accorso prontamente per occuparsi di una bambina spaventata si trovò dinanzi una suora svenuta.
  Il medico parlò di stato di shock ed assicurò che il malessere sarebbe stato di breve durata.
“La Madre ha avuto molta presenza di spirito, molto coraggio e ha dovuto fare un gesto contrario alla propria natura benevola” disse. “Adesso ha bisogno di molto riposo, deve stare attenta alla propria salute; deve fare un elettrocardiogramma, perché sembra che il suo cuore sia a pezzi”.
  Appena ripresa dallo svenimento, Madre Letizia domandò notizie di Luisa.   
  La bambina le andò vicina e le domandò:
“Perché mi ha detto di contare?”.
Madre Letizia la guardò tristemente:
“Non ricordo, non ricordo cosa ho detto!”.
  Invece ricordava!
  Le era affiorato alla mente ciò che era accaduto ad una bambina di sette o otto anni, prigioniera in un campo di concentramento del quale non ricordava più il nome.


  Beatrice ignorava cosa fosse la guerra; sapeva però che a causa della guerra lei era costretta a vivere lontana dalla propria casa, dai compagni. Nel campo dove si trovava con sua madre, Anna, erano tutte donne; il campo non era molto grande. Ogni capanna, come lei chiamava le abitazioni, comprendeva venti letti da campo. Le donne indossavano brutti pantaloni da uomo, con scarpe pesanti e ruvidi cappotti d’inverno; coltivavano la terra sia che vi fosse freddo gelido sia che il sole caldo, sulla pianura, rendesse arida la pelle mentre la testa sembrava sempre sul punto di scoppiare per la pressione del sangue alle tempie.
  Se Beatrice domandava notizie del padre, la madre, abbracciandola a sé rispondeva: “La guerra ha portato via papà!”.
“Ma allora la guerra è una brutta cosa?”, aveva domandato una volta la piccola Beatrice.
  La madre quasi guardasse lontano, oltre la parete, oltre l’orizzonte, lontano dai campi, aveva risposto:
“Si, perché trasforma gli uomini, uccide non solo la vita, ma anche i sentimenti!”.
  Se, talvolta, la figlia chiedeva: “Ma torneremo a vivere come prima?”, e forse il suo cuore di bimba pensava ai compagni o alla sua cameretta, ai giochi, allora la madre, tristemente, rispondeva:
“La guerra trasforma gli uomini e le cose, nulla può essere più come prima!” e forse pensava al marito, ai familiari, a chi li aveva traditi, alla sua triste condizione nella quale si trovava costretta a vivere. A volte aveva desiderato la fine, la morte, ma poi si rimproverava: doveva tentare di resistere, a qualunque costo, pur di dare alla figlia la possibilità di vivere. Ma sapeva bene che la sua vita non sarebbe stata più la stessa!
  Eppure, Anna, si diceva fortunata: lei aveva ancora la figlia, con sé, mentre altre donne  avevano visto morire i loro figli o erano stati strappati dalle loro braccia imploranti ed ora sembravano soltanto larve umane!
  A volte, di sera, Anna con altre giovani donne, si spogliava dei ruvidi indumenti, indossava abiti femminili, si rimirava in un pezzetto di specchio che le loro compagne si erano suddivise, poi dava  un bacio alla figlia ed usciva dalla 'capanna'.
  La piccola Beatrice, durante quell’assenza, era affidata a Maria, un’anziana donna la cui unica figlia era riuscita a fuggire in America e che aveva trovato, in Anna, una nuova figlia.
  Beatrice riusciva a mitigare, in qualche modo, la fame perché la madre, di nascosto dalle altre compagne di sventura, le faceva mangiare del cioccolato o qualche biscotto, ed a volte anche della carne, non importa se fredda. Erano i resti delle cene degli ufficiali alle quali, loro giovani donne, erano chiamate per rallegrare la serata.
  La ‘capo’ del piccolo gruppo, Nicole, una giovane donna che, senza tanti sentimentalismi, aveva svelato ad Anna che mai si sarebbe lasciata schiacciare ‘da loro, una sera convinse Anna a condurre con sé la bambina: Beatrice avrebbe potuto mangiare a sazietà; anche se c’era festa, quella sera loro donne non sarebbero state costrette a finire nel letto di qualche ufficiale!
  Nicole aveva captato che stava per accadere qualcosa di particolare e subito dopo cena il comando militare, al completo, doveva incontrarsi nella sala riunioni; doveva trattarsi di qualcosa di molto urgente se la riunione non poteva essere rimandata all’indomani!
  Anna era a conoscenza, come forse un po’ tutte nella capanna, della relazione di Nicole con il tenente Von Meyer, sapeva anche quanto Nicole subisse quella relazione ma, la giovane le aveva confidato che era preferibile avere un rapporto sempre con lo stesso uomo piuttosto che dover saltare da un letto all’altro. Anna aveva annuito e non aveva mai giudicato male la giovane se, proprio il suo opportunismo, le dava la possibilità di godere di qualche atteggiamento di favore. Rassicurata dalle parole di Nicole, che ci sarebbe stata soltanto una cena tranquilla, Anna, pur se un po’ controvoglia, aveva condotto Beatrice con sé.
  Gli uomini del comando avevano mangiato e bevuto in un clima di euforia che ad Anna era sembrato innaturale.
  Uno di loro aveva iniziato a palpeggiare una donna ma venne ripreso dal comandante: “Questa sera le signore puttane dormiranno in pace!”.
  Tutti gli uomini avevano riso in maniera sguaiata mentre ogni donna, nel proprio intimo, aveva tirato un sospiro di sollievo.
  Quella sera era presente un ufficiale che le donne vedevano per la prima volta; le diverse stellette indicavano il suo grado elevato. Trasudava per la sua grassezza ed aveva bevuto più che mangiato; verso la fine della cena aveva chiesto, più di una volta, notizie sulla bambina, poi aveva detto all’ufficiale seduto alla sua destra:
“Diventerà più bella di sua madre, peccato lasciarla a qualche allocco!”.
  Aveva chiamato Beatrice, offrendole del cioccolato; la bambina non voleva andare ma, sotto la spinta di Nicole, si era avvicinata all’uomo. Questi, prima le aveva offerto il cioccolato, poi mentre le carezzava il viso dicendole: “Come sei bella!”, aveva iniziato a toccarla sulle braccia coperte e quindi sulle gambe.
  Beatrice aveva cominciato a chiamare la madre, prima debolmente, impaurita da quell’uomo così grosso, poi a voce più forte perché l’uomo era diventato insistente, nonostante lei tentasse di liberarsi da quelle mani che la tenevano prigioniera mentre cercavano di insinuarsi dentro i pantaloncini, sotto la maglietta. Nessuno degli ufficiali si sentiva in grado di riprendere quell’uomo a loro superiore ed Anna accorse:
“No, no, lei no!”.
  Con i suoi deboli pugni voleva colpire quell’uomo. Qualcuno degli ufficiali iniziò a ridere di fronte a quel tentativo; il grassone, tenendo sempre stretta a sé la bambina, diede uno spintone ad Anna: “Va via puttana ebrea!”.
  Anna cadde sbattendo lo stomaco e la faccia sul duro tavolo apparecchiato.
  Beatrice svenne!
  Rinvenne sul proprio giaciglio, nella capanna; si vide circondata dalle facce sgomente delle tante donne; chiamò la madre e qualcuno le rispose che la madre non stava bene.
  Tutte erano a conoscenza di quanto era accaduto alla sala mensa. Beatrice, invece, sembrava non rendersi conto di nulla: avvertiva attorno a sé mormorii ed agitazione ma forse era troppo piccola per poter capire!
  Quasi non riconobbe la madre in quella donna sfigurata che giaceva sul letto dell’infermeria: il medico aveva dovuto estirparle alcuni denti che le si erano conficcati nel palato quando, sbattendo sul tavolo, aveva subito lo spostamento della mandibola destra. Pietosamente, quel medico aveva anche tentato di arrestare un’emorragia interna, ma disponeva di medicine molto limitate ed inadeguate al suo male.
  Anna, ormai incapace di parlare, con lo sguardo, affidò la figlia a Maria e l’anziana donna la rassicurò che non l’avrebbe mai lasciata un momento da sola: così durante il giorno con mille modi, la teneva vicina e la sera dormivano nello stesso letto. Quando, durante il giorno, vedeva che la bimba era assorta in pensieri lontani e tristi, specialmente dopo aver fatto visita alla povera madre, Maria le raccomandava:
“Non aver paura, tu non pensare a nulla e conta: uno, due, tre… e vedrai che i tristi ricordi andranno via!”.
  Anna morì tre giorni dopo, angosciata, più che dalle sofferenze, dal pensiero per la piccola figlia che sarebbe rimasta sola. Quello stesso giorno nel campo, giunsero gli Alleati per liberare ciò che era rimasto di quelle povere vite: il sole faceva risplendere d’azzurro il cielo e sembrava dare nuovi colori alla natura intorno ma nessuna, tra quelle donne, riuscì a godere per quella insperata liberazione mentre si recavano a dare l’ultimo saluto alla sfortunata Anna.
  Beatrice andò via con la visione della povera madre martoriata ed ora sepolta sotto un’anonima croce di legno.
  La piccola fu distaccata da Maria, nonostante questa avesse tentato di condurla con sé, e non la rivide mai più; di lei rimase il ricordo di quell’abbraccio materno al momento del saluto e quel consiglio: “Quando hai paura non pensare, conta, conta, e dimentica quello che è accaduto, dimenticalo!”.
  Poi, come tanti altri bambini che la guerra aveva reso orfani, Beatrice fu accolta in un collegio di Suore Educatrici.
  Nel suo lettino, la sera, quando i fantasmi sembravano voler forzare la sua memoria con il peso dei loro ricordi, Beatrice piangeva e contava e contando si addormentava.
  Col tempo quei fantasmi non diedero più fastidio alla piccola che riuscì a seppellirli con la forza del presente vissuto quotidianamente, dove i ricordi non hanno modo di trovare posto; sarebbero rimasti per sempre sepolti senza quel grido angosciato di Luisa: “Aiuto, Madre, aiuto!”.
 
  Lo svenimento aveva salvato Madre Letizia, come l’aveva salvata da piccola, evitandole di vivere da protagonista quella situazione dolorosa.
  Nei giorni che seguirono all’accaduto Madre Letizia fu oggetto di molte dimostrazioni di affetto sia da parte delle consorelle che dalle allieve.
  Il trambusto per i controlli medici, i colloqui con la polizia, il via vai di chi voleva starle vicino, tutto questo sembrava giustificare il mutato comportamento della suora, divenuta, quasi improvvisamente, triste e pensierosa; sembrava che sul suo volto, sempre sereno e luminoso perché rifletteva la sua pace interiore, fosse calata un’ombra grigia che rendeva la sua pelle opaca e le faceva formare due pieghe attorno alla bocca.
  Da questo, le altre capivano che qualcosa era mutato in Suor Letizia.
  L’elettrocardiogramma ed un telecuore rivelarono che le condizioni del cuore della suora, anche se ancora giovane di età, richiedevano particolari cure ed attenzioni; al medico sembrava come se in quel cuore, dopo aver subito un brutto attacco in epoca passata,  la recente forte emozione avesse risvegliato un qualcosa che il cuore ingrossato aveva tenuto nascosto e che ora aggravava la situazione.
  Madre Letizia fu costretta al riposo; la vita di istituto rientrò nella normalità e lei, trascorrendo molto tempo da sola, ebbe modo di rivedere in se stessa il perché della sua vita presente. In particolare le tornava alla mente una domanda rivoltale, spesso, dalla Madre responsabile delle novizie:
“Perché vuoi diventare suora? Forse ti senti sola? Non hai una famiglia? Rifletti bene, potresti formare una tua famiglia!”.
  Ma la giovane novizia aveva sempre risposto, invariabilmente, che quel tipo di vita non l’attirava perché trovava la propria completezza soltanto nella preghiera e, del resto, era convinta che solo da suora avrebbe potuto dedicarsi alla gioventù.
  Ma adesso si scopriva bugiarda e, quel che era peggio, le sembrava di occupare in quella comunità un posto che aveva scelto per proprio comodo, per fuggire dalla vita fuori da quelle mura.
  Finalmente, un giorno, trovò il coraggio di aprire il proprio cuore alla Madre Superiora; loro suore amavano accoccolarsi attorno alla Superiora quando scherzavano e lei le riprendeva amorevolmente: “Fate come i bambini!” e le suore rispondevano: “Ma noi siamo bambine, bambine nello spirito!”.
  Così, Madre Letizia, seduta a terra, ai piedi della Superiora aprì il proprio cuore raccontando i drammi passati e le lotte recenti.
  La Superiora temette di vedere annegare la povera suora in quel mare di dolore e tentò di recarle un po’ di sollievo spirituale anche nei giorni successivi, ma non poté nulla contro la decisione di Madre Letizia di voler tornare nel mondo.
“Forse vuoi sposarti, avere un affetto tutto tuo?”, domandò la Superiora preoccupata per la decisione presa dalla consorella ma, nel contempo, decisa a non ostacolarla.
“No, Madre, io so che tutti i giorni piangerò per essere andata via, perché questa è la mia casa!”.
“Allora, perché vuoi andare?”.
“Devo ritrovare me stessa, il mio passato, il perché della mia consacrazione a Dio!”.
“E dopo?” chiese la Superiora quasi avesse voluto tessere attorno alla suora un filo tenue, in grado però di trattenerla.
“Non so, Madre”, rispose Suor Letizia guardando a terra, poi alzò lentamente lo sguardo e fissò la Superiora con gli occhi calmi anche se velati dalla tristezza, “ma se i ricordi dolorosi del vecchio passato mi stanno portando fuori, spero che i ricordi felici del mio passato più recente mi riconducano qui, perché Beatrice possa continuare a vivere in Suor Letizia!”.

                                                      DONNA CAMILLA




Donna Camil-la, Donna Camil-la
tutti la voglio-no, nessuno la pi-glia!
Don-na Camil-la, Don-na Camil-la…
Il ritmo cadenzato del treno, in passato, aveva prodotto quasi sempre un effetto rilassante su Patrizia che anche adesso, poggiata la testa allo schienale dello scompartimento di prima classe, si lasciava cullare dal movimento regolare e bilanciato che le ruote ricevevano dalla motrice.
Quando era piccola, seguiva il ritmo del treno e giocava con chi si trovava con lei per indovinare quale canzone richiamasse quel cadenzare; ora non le portava alla mente alcun ritmo, ma una breve filastrocca che la madre le aveva ripetuto, scherzosamente, ogni qualvolta le era sembrato di aver trovato l’uomo giusto:
“Donna Camilla, Donna Camilla, tutti la vogliono e nessuno la piglia!”.
A trentasette anni Patrizia avrebbe potuto considerarsi una donna soddisfatta della vita: bella, istruita, un buon lavoro che le piaceva e la appagava.
  In effetti quel verbo ‘avrebbe’ guastava in parte il termine ‘soddisfatta’.
Durante un viaggio si parla con i compagni di scompartimento, ci si racconta, coperti dall’anonimato e dal pensiero che al termine del viaggio sarà ben difficile incontrarsi ancora; Patrizia, invece, preferiva rimanere in silenzio, gli occhiali da sole la isolavano dal mondo, e stava immobile, le mani poggiate in grembo su un libro chiuso, sembrava volesse dormire.
Nello scompartimento si trovavano altri due passeggeri: un giovane che viaggiava con la sola ventiquattro ore ed un uomo più anziano che dopo aver salutato figli e nipoti, alla stazione, aveva specificato ai compagni di scompartimento che stava facendo quel viaggio per incontrare tutti i nipotini, quattordici, che vivevano in città diverse. 
Patrizia aveva abbozzato un lieve sorriso, di cortesia, e dopo si era estraniata dalla conversazione.
I compagni di viaggio fantasticavano, ciascuno mentalmente, su questa donna, giovane e piacente: indossava un tailleur pantalone, dal taglio classico ma moderno per via di quella zampa a forma di elefante, anche se non molto accentuata, l’abito era ben abbinato ad una camicetta in seta, a fantasia, dalle tinte delicate, un sottile collier d’oro, qualche anello alle dita ben curate, ma non la vera nuziale, i capelli bruni, inanellati e quegli occhiali da sole dalla montatura d’argento, che le davano l’aspetto di una persona ‘importante’, come si vede in certe rèclame. Certamente non era una casalinga, forse era la segretaria, importante, di qualche uomo importante, o una giornalista; comunque doveva trattarsi di una donna colta ed impegnata; e sotto quegli occhiali, pensava il giovane, forse si trovavano due occhi dorati
Una signora seduta di fronte a lei aveva posto la propria attenzione sui diversi giornali che Patrizia aveva acquistato per tenersi occupata durante il viaggio. Certa che la giovane donna non fosse ancora addormentata le aveva domandato con molta cortesia:
“Scusi se la disturbo, posso leggere uno dei suoi giornali? Ho fatto tardi e non ho avuto il tempo di comprarne uno”.
Infastidita non tanto per la richiesta, quanto perché i propri pensieri erano stati interrotti, Patrizia tentò di dare una risposta gentile accennando ai giornali:
“Prego, prego!”.
  Poi, di nuovo, silenzio!
Silenzio, ma la mente di Patrizia era coinvolta in un vortice di pensieri scaturiti dal saluto che alla stazione le aveva rivolto, Marta, la sua più cara amica:
“Divertiti, non pensare soltanto al corso, cerca di guardare attorno a te; se puoi, per una volta, rilassati, chissà, può darsi che questa volta torni a casa… diversa!”.
Marta era psicologa, riusciva a risolvere i problemi di tanta gente ma, purtroppo, si rendeva conto che non era mai stata capace di risolvere i problemi di Patrizia, forse perché erano molto amiche.
Cresciute nello stesso quartiere di Palermo, avevano condiviso sia gli anni di studio che le avevano portate alla maturità scientifica, sia le ansie e le speranze legate prima all’adolescenza e dopo alla giovinezza. La loro amicizia aveva subito una leggera incrinatura quando Marta aveva deciso di recarsi a Padova per studiare psicologia. Patrizia invece, iscritta alla facoltà di Lettere, aveva scoperto l’arte del restauro e, tralasciando gli studi universitari, con molto disappunto da parte di sua madre, si era dedicata a queste attività, dopo aver frequentato corsi adeguati. Era diventata restauratrice, un lavoro, aveva pensato in seguito Patrizia, che in parte somigliava a quello di Marta, ma con una differenza: Marta restaurava materiale vivo, la psiche, e lei, Patrizia, restaurava… roba morta, corrosa dal tempo. 
Quando rientrava a Palermo, durante gli anni di università, Marta raccontava a Patrizia le esperienze vissute al Nord: gli anni ‘settanta’ erano agli inizi e non sembravano voler cessare le contestazioni giovanili, specialmente quelle tese alla tutela della donna.
La giovane studentessa parlava degli studi che le facevano conoscere orizzonti nuovi, parlava delle amicizie eterogenee che non necessariamente finivano in un letto, come molti dubitavano, raccontava dei giovani compagni provenienti da diverse realtà sociali e culturali, ma uniti da un identico desiderio: conoscere per aiutare.
Marta si lasciava andare a lunghe spiegazioni che avevano come punto di partenza e di arrivo la posizione della donna nella nuova realtà, spiegava all’amica come era avvenuto il cambiamento della condizione femminile ed avrebbe voluto trasmettere a Patrizia tutto ciò che lei sentiva intorno a sé, ciò che lei viveva e quello a cui aspirava.
Marta era il movimento, il pulsare delle novità, la voglia di rinnovamento pur rimanendo con i ‘piedi’ a terra; Patrizia, invece, nonostante le sollecitazioni dell’amica e pur senza volerlo, rimaneva legata all’immobilismo, tramandato, da generazioni di madri alle proprie figlie, quasi fosse ineluttabile volere del fato, e che invece era dettato dal timore delle conseguenze negative di eventuali deviazioni sessuali.
Anche se giornali e TV sbandieravano quanto di più intimo appartiene alla donna, Patrizia non era riuscita ad acquistare, come le suggeriva Marta, una nuova visione riguardante la libertà di vivere la propria vita sessuale.
Per Patrizia, pur se impegnata in un’attività soddisfacente che le dava modo di frequentare ambienti stimolanti ed eccitanti dal punto di vista culturale ed economico rispetto i soliti che vedono impiegati le donne, i canoni imprescindibili di ogni donna rimanevano sempre gli stessi: giungere vergine al matrimonio, sposarsi con l’abito bianco, lasciarsi guidare, dopo, dal marito per scoprire ciò che il sesso, come manifestazione affettuosa, comporta.
La madre, vedova di un colonnello, si era occupata di Patrizia amandola, coccolandola, circondandola del suo affetto e delle sue premure e –aggiungeva ironica Marta- soffocandola.
Per avvalorare quanto affermava, l’amica non si stancava di chiedere a Patrizia come fosse riuscita ad accettare il consiglio di programmare quel lungo viaggio da sola senza la compagnia vigile della madre:
“Come mai sei riuscita ad avere il permesso per andare da sola a Rimini, senza tua madre?”.
“Forse sarei stata più tranquilla: io allo stage di restauro e lei nel giardino dell’albergo. Invece, così, so che starà continuamente in pensiero e questo fa star male anche me!”.
Mente il treno si allontanava da Palermo, Patrizia provò un senso di colpa postumo, le sfuggì un sorrisetto a quel ‘postumo’ perché in effetti Marta non aveva dovuto insistere molto per convincerla ad andare da sola, aveva trovato la leva giusta perché Patrizia riuscisse a sottrarsi al controllo della madre senza sentire rimorso, e così non solo era riuscita a non farsi accompagnare a Rimini, ma non aveva voluto che la madre la salutasse alla stazione, preferendole la compagnia di Marta.
La signora aveva ceduto alle spiegazioni di Marta sulla tristezza dei saluti alla stazione ed ora, mentre il treno si allontanava, l’amica, senza dubbio, stava consolando la signora: non le sarebbe mancato il tatto ed il modo per farle accettare quel breve distacco.
Patrizia osservava il paesaggio attraversato dal treno, dopo aver superato i diversi agglomerati urbani che facevano parte dell’estrema periferia della città, si vedevano i piccoli paesini che si affacciavano sul mare; ed ecco ora spiagge assolate ed affollate, ora rocce scoscese sul mare azzurro, limpido, attraverso il quale si intravedeva il fondale. Il treno andava verso spiagge isolate, appartate, che richiamavano alla mente di Patrizia quelle baie dei mari del Sud, viste in tanti films, luoghi incantevoli dove un’unica villa domina l’insenatura, adombrata da una folta e selvaggia vegetazione che sembra sorta lì non a caso, ma per scoraggiare eventuali intrusioni estranee in quell’oasi solitaria adatta solo per una coppia innamorata.
Ed il treno attraversava zone brulle, e poi ecco le bianche case moresche.
Patrizia aveva l’impressione di avventurarsi in un viaggio di non ritorno: “ma da che cosa”, si domandava, “come sono stupida, una settimana a Rimini mi farà bene, senza mamma, da sola; già da sola, sono sempre sola”.
Aveva avuto modo di frequentare diversi uomini, anche più maturi di lei, che avevano mostrato interesse per la sua persona, slanciata anche se non molto alta, tenuta bene in forma con una sapiente dieta dalla quale aveva bandito certe pastasciutte e i dolci, ricchi di tante calorie. Quegli uomini avevano mostrato interesse anche per la sua intelligenza, per il suo lavoro, ma dopo le avances iniziali, il corteggiatore si eclissava senza che la storia si concludesse come Patrizia sperava.
Alla sua età pensava fosse sciocco illudersi di poter trovare l’AMORE, sì, quello tutto maiuscolo, quello che si sogna da ragazzina quando non si sa che cosa sia. Ormai lei non era più una ragazzina, ma in verità che cosa sapeva dell’amore? Per lei amore doveva coincidere con matrimonio e famiglia.
Anni prima la sua amica Laura le aveva dato un consiglio: “Trovati un amante ricco; guarda me, sto molto meglio da quando mi sono separata da Andrea; ricorda che l’importante nella vita, è amare!”.
Patrizia non era stata d’accordo con quell’amica e non lo era nemmeno adesso.
Non accettava l’idea di amare così, per un semplice gioco di sesso, anzi avere tante informazioni sessuali a volte la frustrava: immaginava le sue ave arabe, chiuse negli harem, alla mercè di uomini che chiedevano e davano loro soltanto libidine e poco o niente amore e così aveva deciso con se stessa che non avrebbe mai ceduto alle richieste d’amore di un uomo che prima non fosse stato suo marito.
Per questo motivo aveva lasciato Marco!
Giunse a Rimini a sera inoltrata.
Dopo un bagno caldo e tonificante, aveva cenato in camera con yogurt e frutta lasciandosi andare subito dopo tra le braccia di Morfeo.
^ ^ ^

La sala delle conferenze aveva ampie vetrate attraverso le quali si vedevano le cime degli alberi verdi del parco circostante e, più avanti, il mare lontano: il tutto sembrava sistemato ad arte per offrire, ai congressisti che si avvicendavano nella sala, una sensazione di raccoglimento e di serenità che, più facilmente, induceva allo studio.
La sala, troppo grande per l’esiguo numero di partecipanti, non aveva nulla di diverso rispetto ad altre sale che Patrizia aveva frequentato in occasione di precedenti corsi di studi, eppure appena vi entrò Patrizia si sentì come inondata da una sferzata di energia, mentre i suoi occhi si poggiavano sugli alberi del parco e poi sulle diverse piante disseminate ai lati della sala.
Patrizia aveva incontrato con molto piacere amici e colleghi con i quali, durante quella settimana avrebbe avuto interessanti scambi di opinione.
Un piccolo colpo di gong dal tavolo dei relatori aveva richiamato i partecipanti all’attenzione:
“Innanzi tutto diamo il nostro benvenuto a tutti voi; siete ammirevoli perché, nonostante il caldo ed il mare invitante, accettate di rimanere seduti su queste poltroncine per imparare nuove tecniche che vi consentano di restaurare…”.
Patrizia aveva preso appunti, decisa ad apprendere tutto quel che le veniva spiegato; le piaceva la propria attività e voleva migliorare il proprio metodo di lavoro, voleva diventare più brava.
Durante il pranzo, seduta ad un tavolo vicino alla finestra, nella sala dell’albergo dove alloggiava, osservava la spiaggia; era serena, rilassata, cercava di immaginare come avrebbe trascorso il tempo libero in compagnia degli amici ritrovati.
Una lieve carezza sulla guancia la fece trasalire.
“Patrizia , anche tu qui?”.
“Marco!”.
Si sentì stupida. “Mi alzo”, si chiedeva, “no, rimango seduta”.
“Siedi Marco”.
Le tremavano le gambe, aveva l’impressione che le orecchie le ronzassero. Marco sedette prontamente avvolgendola con uno sguardo caldo, tenero.
Le solite parole titubanti dopo un lungo periodo di lontananza per riallacciare ricordi comuni mentre lo sguardo di lei si poggia sulla mano sinistra di lui.
“No, non sono sposato e, vedo, neanche tu, o sbaglio?”.
“No, non sbagli!”.
Aveva trascorso con Marco il periodo più bello della sua vita. All’inizio aveva pensato che anche lei stesse vivendo una di quelle storie dove il lieto fine è quasi scontato.
Aveva conosciuto Marco a scuola, poi si erano perduti di vista e si erano ritrovati insieme, diversi anni dopo, in un palazzo principesco situato nel cuore di Sicilia e così o perché erano soli, lontani dalla loro città, o perché avevano in comune i ricordi dell’età giovanile o perché Patrizia adorava lo sguardo di Marco, ne aveva notato l’animo gentile, così come erano gentili le mani del giovane mentre lavorava, insomma, forse per tutto questo Patrizia si era innamorata di Marco; lui invece si era innamorato di lei senza un perché e quando Patrizia gli chiedeva cosa gli piacesse di lei, lui le rispondeva deciso: tutto!
L’amore di Marco per Patrizia era un amore focoso, sottilmente geloso, ma poiché si riteneva un uomo moderno reputava inutile persistere in questo atteggiamento: se avesse potuto, avrebbe chiuso Patrizia in una nicchia, solo per sé, ma capiva bene che Patrizia non era il tipo di donna che si può relegare in casa, sapeva che lei amava il proprio lavoro e purtroppo questo dava modo alla ragazza di avvicinare altri uomini ed allora, combattuto intimamente da queste due circostanze che riguardavano la fidanzata, Marco pensava che, sì, il proprio modo di vedere era, senza dubbio retrogrado, ma in effetti lui era così: geloso!
Poi il loro rapporto terminò, dopo circa tre anni, terminò in maniera diversa da come Patrizia lo aveva sognato.
Marco aveva intrapreso da poco la nuova attività di antiquario-restauratore ed aveva iniziato a temporeggiare sulla decisione di un matrimonio che Patrizia, al contrario, voleva affrettare per rispondere alle sue richieste d’amore di lui e perché anche lei voleva colmare il desiderio di amarlo tranquillamente. Così Patrizia, ferma nei propri principi, l’aveva lasciato.
“Stupida”, si diceva adesso, “come sono stata stupida, ma come ho potuto?”.
Patrizia, ora, in quella sala da pranzo che poco prima le era sembrato un luogo di gioia, serenità, non riusciva a scorgere lo sguardo felice del giovane, perché le tornava alla mente lo sguardo di Marco, tanti anni prima, quando lei gli aveva gridato che anche lui era come gli altri uomini: “Non vuoi sposarmi perché pensi soltanto al sesso!”.
Quello era lo sguardo di un uomo ferito, incredulo che la propria fidanzata, per timore di cedere alle sue offerte amorose, decidesse di lasciarlo definitivamente:
“Patrizia, ragiona, cerca di avere ancora un poco di pazienza, non puoi volere che il nostro amore finisca così!”.
Tra loro due c’era stata sempre un’intesa chiara e perfetta: uguali interessi, uguali desideri ed anche uguale desiderio di fare l’amore. Eppure Marco la rimproverava, dolcemente, ogni qualvolta si scambiavano effusioni perché per lei fare l’amore consisteva nel fare una serie di carezze che servivano soltanto per appagare lui mentre lei era rimaneva come una spettatrice; in lei il timore di essere non amata, ma usata e poi… niente matrimonio, era più forte dell’amore che provava e che voleva da Marco.
Ma adesso Patrizia si rendeva conto solo di un fatto: Marco era lì, felice per averla incontrata ed anche lei era così felice da non comprendere quasi più nulla.
Quel pomeriggio le lezioni del corso persero il proprio fascino; Patrizia si sorprendeva a controllare di frequente l’orologio, ansiosa di incontrare di nuovo Marco, da sola, lontano da altri amici.
Fu piacevole per entrambi rivedersi. Da soli cenarono e poi fecero una passeggiata sul lungomare, camminarono come due vecchi amici che si sono ritrovati, in un discorso che si riallacciava a colloqui lontani, dove, però, l’amore non trova posto. Più tardi, nel suo letto d’albergo, Patrizia si addormentò cullandosi in mille fantasie che coinvolgevano anche Marco.
Il mattino successivo la giovane donna quasi non si riconosceva: non sapeva decidere quale abito indossare, pur essendo consapevole di saper vestire nella maniera adatta alle circostanze, con gusto. Ora ogni vestito le sembrava scialbo ed inadatto ed invece lei voleva essere bella per Marco, per poter rivedere il suo sguardo sorpreso, quando si sarebbero rincontrati: lui le aveva promesso che alle otto e trenta sarebbe andato a prenderla in albergo ed insieme avrebbero raggiunto la sede dove si svolgevano le lezioni. Infine Patrizia decise di indossare un tailleur rosa, di lino: togliendo la giacchina a maniche corte sarebbe rimasta con indosso una camicetta in organza a pois bianchi e neri, un completo che si armonizzava col viso leggermente abbronzato e col trucco color rosa degli occhi.
Quella sera, camminando sul lungomare illuminato a festa, Marco le offrì un bocciolo di rosa:
“Bello ed inaccessibile come te!”, le disse.
Durante le lezioni o chiusa nella camera d’albergo, Patrizia cercava di analizzare il momento che stava vivendo, finalmente veramente felice, mentre i giorni trascorrevano senza che lei potesse far nulla per fermare il tempo.
Durante i loro incontri, al contrario di lei, Marco qualche volta ricordava il passato: gli anni della scuola, l’incontro alla villa principesca. Una volta accennò anche alla loro relazione: una sera, mentre guardavano il rientro a riva di alcune barche da pesca Marco le domandò:
“Ti ricordi, quando eravamo insieme, quella sera che a Mondello siamo andati a pescare anche noi? Quante risate e come ci siamo bagnati!”.
Patrizia ebbe l’impressione che un brivido, come una punta di coltello, serpeggiasse nella sua schiena e rispose:
“Sì, lo ricordo!”. E fu tutto.
Sperò che Marco riprendesse il discorso di ciò che lei considerava una ferita, ma Marco non andò oltre e cambiò discorso temendo che Patrizia non volesse ricordare.
Patrizia, da parte sua, si domandò con onestà: che cosa pretendeva? Che Marco le gettasse le braccia al collo dopo essere stato lasciato da lei?.
Le sembrava di capire che Marco le voleva ancora bene:
“E se invece” si chiedeva “trascorre il suo tempo libero con me solo per avere una compagnia durante questi giorni?”.
Immaginava un colloquio con Marta che le domandava:
“E tu come vivi questa situazione?”.
“Io non so” si rispondeva “ma vorrei che Marco mi abbracciasse, mi carezzasse. Sì, ho sempre detto che si comincia così e poi non si sa dove si finisce! Ma è proprio il ‘dove’ che io vorrei vivere con Marco”.
“Perché hai trentasette anni, forse ti senti già vecchia e perciò decidi di dare un addio ai tuoi principi?” incalzava la voce dell’amica.
“No, nulla di tutto questo, ma io amo Marco e, riflettendo bene, gli sono rimasta fedele durante tutti questi anni, anche se non me ne sono resa conto. No, non posso vivere soltanto di inutili sogni, ho bisogno anche del suo amore!”.
Passeggiavano ancora una volta in riva al mare. Le onde erano musica e la luna rifletteva su tutto una luce che il tepore della sera rendeva calda.
All’improvviso Marco le cinse le spalle col suo braccio, poi l’abbracciò teneramente: “Questa sera stiamo insieme per l’ultima volta!”.
Un improvviso nodo di pianto serrò la gola di Patrizia che seppe soltanto dire: “Sì, Marco!”.
“Voglio che tu sappia che sono stata molto felice di averti incontrato, dopo tanti anni!”.
“Anch’io, Marco!”.
Patrizia non osava guardarlo in viso, temeva di piangere.
“Sai, vorrei che questo corso, questa settimana, non avesse mai fine!”.
Marco notò la voce commossa di Patrizia e si accorse che gli occhi di lei si riempivano di lacrime; sollevò il suo viso e la baciò sulle labbra, un bacio caldo, prolungato.
Patrizia si abbandonò all’abbraccio e Marco riuscì a percepire attraverso gli abiti leggeri il desiderio che sprigionava dal corpo di Patrizia.
  Per lui fu come una felice scoperta che lo indusse a proseguire:
“Ti amo, Patrizia, ti ho sempre amata, lo sai e ti desidero!”.
“Anche io ti ho sempre amato, Marco, e… voglio essere tua, non mi importa se sarà soltanto per questa notte!”.
“Ma come, mia cara”, domandò Marco, mentre il suo abbraccio, che si faceva più forte, esprimeva quanta gioia gli procurava quella confessione “per te è importante, innanzi tutto il matrimonio con l’abito bianco!”.
“Anche se è importante, penso che adesso tu sia più importante, per me. Ti amo, Marco, e devi sapere che ora solo questo ha importanza, per me!”.
“Cara, ti amo tanto, anch’io, ma dopo… vorrai sposarmi?”.  


RAGGI DI SOLE SULLA MIA SOLITUDINE

POESIE D’AMORE
di
GERARDO IACUZIO
Relatrice claudia lo blundo giarletta 08.06.2006

La nuova opera di Gerardo Iacuzio si snoda su due linee, su due binari che sono emblematici dei versi del nostro Poeta.
Questi due binari sono: il titolo Raggi di sole sulla mia solitudine ed il sottotitolo, che mi piace immaginarlo come un ulteriore titolo POESIE D’Amore.
Due titoli che guardati nella loro unicità non dicono nulla ma nel momento in cui si passa alla lettura delle singole poesie ci si rende conto non solo che i titoli sono pertinenti ma, addirittura tra loro sono interscambiabili, Questa raccolta si sarebbe potuta benissimo intitolare POESIE D’AMORE e, sottotitolo, RAGGI DORATI SULLA MIA SOLITUDINE.
Le belle poesie di Gerardo hanno in comune la solitudine e l’amore.
Sembrerebbe un paradosso: chi è solo, chi è solitario, chi vive in solitudine cosa ha in comune con l’Amore?
Nel modo corrente di parlare e di pensare siamo indotti ad immaginare colui che vive in solitudine come una persona asociale, chiuso agli altri e chiuso, raggomitolato in se stesso, avvoltolato in se stesso come un bozzolo dal quale non sa uscire perché al contrario del bruco che bucherà il bozzolo per diventare farfalla, l’individuo raggomitolato in se stesso non ha alcuna intenzione di provare a bucare il proprio bozzolo, non tenta di trovare una via d’uscita. Comunemente si pensa al solitario come a colui che non vuole trovare punti in comune con gli altri, lo si immagina non in grado di ridere e, nemmeno, di piangere. Oddio che quadro!
Ma cosa c’è tra questo che ho detto  e la SOLITUDINE del nostro Autore? C’è qualcosa in comune? 
Se ascoltiamo questa poesia(poesia a pag, 9 il mondo corre...) Possiamo dire che non c’é Nulla, proprio nulla, perché il poeta sente il peso negativo della propria solitudine e cerca una compagnia ma poiché vuole bene all’altra e non vuole coinvolgerla nel suo male, questa è la solitudine per Gerardo, ed allora il poeta fa un salto di qualità vuole diventare una creatura vivente .
Noi tutti siamo qui perché conosciamo Gerardo Iacuzio e sappiamo che lui non  è nulla di quello che ho detto.
Ed allora, mi si potrà obiettare cosa è questa Solitudine? 
È una SOLITUDINE COSTRUTTIVA in cui si trova la possibilità di approfondire la conoscenza di se stessi per poter trovare se stessi e questo può avvenire solo attraverso  la riflessione e il 'dubitare', ed il porsi continuamente domande; la solitudine di cui parlavo prima è invece quella che diventa, occasione di tormento e di autocommiserazione quindi la solitudine, in sé, non ha un valore positivo o negativo, ma dipende dall'uso che se ne fa... se per solitudine intendiamo semplicemente isolarsi e piangersi addosso... allora certo, la solitudine può recare solo danni... ma se intendiamo la solitudine come momento di autoanalisi, di introspezione, di costruzione e ricostruzione di ciò che siamo davvero, allora credo che possa condurre molto lontano...
Ho letto questa frase detta da non ricordo chi:. La mia "solitudine" è la valvola di sfogo dal mondo, è la mia boccata di ossigeno in un universo dove si deve vivere in apnea...
Allora siamo dinanzi ad una solitudine che riempie la mente, il cuore, le giornate, che fa vivere bene con gli altri, che avvicina ai problemi degli altri ma poi è in grado di astrarsi da questo per trovare la serenità nell’intimità con se stessi.
Diceva S. Agostino: O beata Solitudo, o solitudo beata, O beata solitudine o solitudine beata!
E di sicuro S.Agostino non è stato un misantropo, anzi, prima di essere illuminato dalla Grazia di Dio ha vissuto appieno la sua vita tanto da fare disperare sua madre S.Monica, e dopo la conversione ha continuato a vivere in mezzo agli uomini e per gli uomini tanto da essere annoverato tra i Padri della Chiesa, ma ha vissuto con un rimpianto: Sero te dilexi solitudo antiqua et sempre nova. Tardi ti ho conosciuto solitudine antica e sempre nuova,
Qualche citazione celebre?
Il grande Leonardo da Vinci ha lasciato scritto. “E se tu sarai solo, tu sarai tutto tuo.
In opposizione al poeta latino Tibullo che scrisse: Nei luoghi solitari sii una folla per te stesso
e  ancora Nureiev:Chi vola alto è sempre solo
e termino queste citazioni con uno scrittore moderno, Franz Kafka:  Non occorre che tu esca di casa. Resta al tuo tavolo e ascolta.

Allora la solitudine diventa un atteggiamento positivo, diventa la capacità di astrarsi non al mondo ma dai rumori del mondo, perché solo quando tutto attorno a noi è quiete, solo allora riusciamo a sentire le intime emozioni del nostro cuore, solo allora riusciamo a percepire il tric trac delle rotelline del nostro cervello che ha un solo desiderio: riuscire a manifestare idee.
Io non so se con queste poche parole sono riuscita ad esprimere il mio pensiero su Gerardo, sul senso della sua solitudine, costruttiva, che si tramuta in bellissime sensazioni d’amore.
Ed allora un’altra domanda. Cosa è l’AMORE per Gerardo. E’ chiaro dalla lettura delle sue poesie traspare un volto, le mani, i capelli, c’é una donna che lui aspetta, che deve arrivare, che per un qualche motivo non arriva, che arriva lievemente, che lo guarda. Una donna che non parla mai, non dice nulla eppure potremmo quasi udire le parole che lei dice, le poesie traboccano di risposte che ora sono parole d’ amore, ma talvolta sono leggeri rimproveri rivolti al poeta come in questa poesia pag. 5 Il mattino è freddo.
Si potrebbe azzardare a dare un volto a questa donna o, sarebbe più ,opportuno dire: a queste donne, perché sappiamo che Gerardo sovente ha dedicato le proprie poesie ad alcune delle donne che gli sono amiche, amiche perché condividono, spontaneamente e generosamente con lui un pezzo di cammino nella vita e questo basta a Gerardo per trovare completezza in sé.
Ed allora l’amore diventa attesa, diventa omaggio, disperazione, speranza, allora l’Amore diventa…POESIA.
Una poesia  delicata,  come quella a pag. 15 IL CIELO VELATO

Oserei dire che l’amore per una donna in Gerardo è solo un felice pretesto per poter esprimere con libertà la carica di amorevolezza che c’è nel suo animo. Forse è azzardato dire questo perché se non vi fosse l’AMATA non ci sarebbe la poesia di Gerardo, allora bisogna dire che l’amore in Gerardo diventa idillio, che, si badi bene non è l’amore platonico  ma è la liricità dell’amore è la sensazione dell’Amore che non diventa amore palpabile che soddisfa i sensi, ma rimane li sospeso in questo idillio, in questo stato spirituale in un pensiero ma già così è sufficiente a far vivere un ‘anima,
poesia a pag. 14 DALLE ULTIME NUVOLE BIANCHE

Nella poesia di Gerardo la natura entra prepotente,  l’occhio del poeta non si chiude quindi in se stesso, ma spazia attorno a sé, nelle ore mattutine, serali, in primavera, quando piove. La natura è una cornice che fa da sfondo ai pensieri sull’Amata è come ascoltare una musica che fa da sfondo ad un’immagine. Ed ecco perché può scrivere “…uno spruzzo di raggi di sole soccorre la  mia solitudine”
Tutto è sfumato, lieve nella lirica di Gerardo, anche il suo buttare le sigarette per non disturbare l’amata tutto è etereo e questo in un mondo fatto di materia diventa un contrasto piacevole,
poesia a pag15 Ti guardo negli occhi

Ed un ultimo accenno, prima di terminare, desidero farlo sul fatto che nessuna delle poesie di Iacuzio ha un titolo, chiederemo poi a lui il perché ma a me piace immaginare che vi sia una motivazione che si inserisce in quello che ho detto e che come in un cerchio riporta a ciò di cui ho parlato all’inizio. Perché Gerardo non mette un titolo! Perché se lo facesse delimiterebbe un proprio significato a quel che ha scritto, diventerebbe il solitario che è padrone delle proprie cose, dei propri pensieri, invece nel momento in cui lui non da un titolo lo fa per lasciare libero il lettore di farlo, ciascuno in base a ciò che la poesia gli trasfonde, questo sta ad indicare ancora una volta che la solitudine di cui parla Gerardo è una solitudine di pensiero, non è lui il solitario musone, noi tutto lo incontriamo per la strada, lui vive con gli altri, partecipa, la sua solitudine, così, finisce con l’unire lui ai suoi lettori ed i lettori a lui.
E con quale poesia posso terminare queste mie poche parole se non con questa che la gentile attrice mi permetta di far leggere a me: pag. 15 ONDE Arrabbiate.

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LA SIGNORINA ZENOBIA
  li con me per far loro sapere che si può vivere in maniera diversa dal solito pidocchioso tran-tran. In quel momento calcolai che avevo già dato il mio contributo alla famiglia, alla società e così, poiché la mia pensione avrebbe potuto seguirmi ovunque fossi andata, decisi di…andare!
  Iniziai a preparare con cura  il mio viaggio, pardon la mia fuga!
  All’agenzia di viaggi un’impiegata mi procurò il biglietto di andata e ritorno ma sapevo che non sarei più tornata: andaree lontanoo, lontaaaaaaaanoo…!
Con gli occhi chiusi assaporavo il gusto della mia libertà: dopo averla vagheggiata, per anni, come irrealizzabile l’avevo conquistata con un energico colpo di ala, quello della mia volontà!
  Decisi di ripassare a memoria il contenuto della mia valigia; da tempo avevo preparato e nascosto in vari cassetti il necessario per il viaggio o, sarebbe più esatto dire, per la permanenza nel luogo dove avevo deciso di andare a vivere per sempre e…da sola, da so…la!
  Sorrisi: forse sarebbe stato più giusto parlare di fuga.
  L’aereo ebbe un sobbalzo, ‘un vuoto d’aria’, decretai, anche se non ero mai stata su un aereo ‘sapevo’ che era stato un vuoto d’aria e mi venne da pensare che si trattava di una sensazione simile a quella provata, talvolta, durante il sonno quando mi svegliavo per la frazione di un attimo con la strana sensazione di cadere.
  Riportai i miei pensieri sul contenuto della valigia e null’altro mi tornò alla mente se non l’ampia gonna rossa, con le balze multicolori; l’avevo scelta perché il vederla mi aveva fatto riaffiorare per un attimo un qualcosa legato alla mia giovinezzza, o forse significava il mio desiderio di evasione o il sogno ricorrente di balli prolungati sino all’alba su morbide sabbie ancora calde del sole del giorno precedente.
  Avevo preparato con cura il viaggio-mia fuga, una decisione presa in maniera del tutto improvvisa mentre mi trovavo in fila all’Ufficio Postale per riscuotere, come facevo da più di due anni, la mia pensione di ex insegnante di scuola elementare.   
       Per anni avevo invidiato le casalinghe e, andata in pensione, mi era piaciuto poterlo essere, finalmente, a trecentosessanta gradi: moglie, madre, giardiniera, la spesa, il bucato, le vicine di casa che apprezzavano l’ordine del mio giardino. Poi tutto era cominciato ad apparirmi banale, noioso e la tristezza che da questo derivava si trasformava in un brivido che mi serpeggiava lungo la schiena e mi riportava alle orecchie una canzone di tanti anni prima: ‘e andaree lontanoo, lontaaaaaaaanoo’; quelle parole, o la voce calda del cantautore, non so, mi erano sempre apparsi come un seducente invito a prendere parte a qualcosa di infinito, quasi che in quel ‘lontano’ fosse racchiusa la possibilità di una gioia che il ‘vicino’ non aveva e non avrebbe mai potuto darmi.
  Sei mesi prima, però, mentre in fila attendevo il mio turno per riscuotere la pensione mi era tornata alla memoria la sequenza di un qualcosa già vissuto: io li, giovane, tanti anni prima.Forse avevo ventinove o trenta anni, non ricordo, ero entrata all’ufficio postale con passo affrettato per superare la signorina Zenobia che, immaginavo, andava a riscuotere la sua pensione. Volevo trovarmi dinanzi a lei, nella fila che c’era allo sportello, per potermi poi girare indietro e guardarla in volto, fiduciosa di potervi leggere quel che il suo sguardo tentava di nascondere, ma avevo deciso che subito dopo mi sarei mostrata cortese e l’avrei invitata a passare al mio posto.
  La signorina Zenobia faceva pena ai suoi vicini di casa ed a quanti la conoscevano nel popoloso quartiere di Cinque Querce, uno di quei quartieri cresciuti alla periferia di Roma dove un palazzo si aggiunge ad un altro ed in men che non si dica si riempie di famiglie numerose che sembrano venute dal nulla ma che in realtà nascondono ciascuno una propria storia.
  La signorina Zenobia faceva pena perché, aveva i capelli tutti bianchi, era minuta, di statura media, camminava curva e sembrava fosse rimpicciolita per il passare degli anni; vestiva di nero e portava strani cappellini: d’inverno uno di feltro, lo si sarebbe potuto paragonare ad uno di quei copricapo portati dagli avieri durante la guerra del 15-18, ma con i copriorecchie legati sulla sommità del capo, quasi un residuo di giovane civetteria; in estate calcava sulla testa una paglietta nera, dal taglio mascolino, che talvolta ingentiliva con fiocchi variopinti. Quei due cappellini le davano un segno di distinzione ed inducevano gli abitanti di Cinque Querce ad una sorta di rispetto nei suoi confronti.
“Deve essere stata una maestra.” sussurrava con discrezione, a Cinque Querce, chi la vedeva all’ufficio postale per riscuotere la pensione.
“Poverina...una maestra ed ormai così sola...!” la compiangevano quanti la conoscevano.
  Di quanto in quanto il Parroco le mandava qualche pia donna per una breve visita e questa riferiva al Parroco che non capiva se la signorina Zenobia fosse contenta, annoiata o disturbata da quella visita; la pia donna di turno diceva, immancabilmente, di sentirsi intrusa in quella casa sempre al buio, perché alla signorina Zenobia dava fastidio la polvere.
“Povera signorina Zenobia”  rispondeva il parroco anche lui non più giovane “bisogna capirla, è sola, chissà come si sentirà triste!”.
     Personalmente avevo altre idee sulla’povera’ signorina Zenobia; un giorno avevo cercato di fare delle congetture sulla sua età e sulla sua vita ed ero giunta alla conclusione che dovesse avere poco meno di settanta anni , ma portati molto male; il fatto che vivesse sola, spuntata da chissà dove e senza un passato raccontabile, mi aveva indotto a pensare che nel suo passato ci fosse una liberazione, non molto chiara, da un campo di concentramento dove forse era stata una Kapo, una di quelle che approfittando dei favori degli ufficiali avevano il potere di aiutare o dannare i loro simili, immaginavo che avesse tradito qualcuno ma essendo stata l’amante di un qualche ufficiale era riuscita a fuggire ed a ricostruirsi una vita che, comunque, le conveniva trascorrere in modo discreto per evitare che venissero alla luce i tanti scheletri nascosti nell’armadio del suo animo cattivo.
  Pensare così mi piaceva, solleticava la mia fantasia stimolata da certi film sull’ultima guerra.
‘Altro che povera signorina Zenobia’ pensavo, chissà che donna terribile deve essere stata ed ora adotta questo modo di fare, da povera vecchia indifesa, probabilmente per non creare sospetti su di sé; questi pensieri mi rendevano insopportabile il fatto che godesse di una pensione dignitosa.
  Quel giorno di circa trent’anni prima, dunque, all’ufficio postale mi ero posizionata dinanzi alla signorina Zenobia, poi, girandomi lentamente, mi ero preparata a scrutarla per farle capire quanto fosse inutile fingere con me perché avevo capito chi era stata; nel guardarla, però, qualcosa mi aveva bloccato per cui l’avevo subito invitata a passare al mio posto, lei aveva  accettato e, cosa strana, aveva sorriso; la mia attenzione era stata poi attratta dal fatto che oltre la pensione ritirava tutto quello che aveva sul suo libretto postale, una cifra considerevole. Mentre la sorpresa di quanto accadeva mi impediva di pensare, la signorina Zenobia, avuti i soldi in mano, si era girata su se stessa, aveva salutato tutto con un ‘adieu’ e, fatta una sorta di piroetta, era uscita a passo svelto dall’ufficio postale ed era entrata in un taxi che l’attendeva lì di fronte, qualcuno, in seguito, affermò di averle sentito dire: svelto all’aereoporto!
  Non solo io ma anche gli altri presenti eravamo allibiti, ed allora avevo compreso cosa mi avesse colpito della signorina Zenobia: era abbigliata in modo bizzarro per lei, con i colori dell’estate, altro che vestiti neri e tristi cappellini: indossava un vistoso abito rosso e sul capo aveva un cappellino rosso con l’ampia falda adornato da un nastro di velo multicolore.
  Il ricordo della sua immagine aveva trasmesso in tutti noi una sorta di allegria e quasi la consapevolezza che non avremmo potuto dire che la signorina Zenobia fosse stata assalita da un raptus di esaltazione o di demenza perché capimmo che quella era la vera Zenobia e non colei che per anni si era celata in un vivere che, di certo, non le apparteneva.
  Circa un mese dopo si era sparsa la voce che la signorina Zenobia si era trasferita in un’isola dei Caraibi, allora si trattava di mete sconosciute al grosso pubblico, e tali voci furono avvalorate da una serie di cartoline giunte per qualche tempo, all’ufficio postale.
  In seguito qualcosa cambiò in me nei confronti della signorina Zenobia che, nel ricordo, mi divenne persino simpatica anche perché pensavo che, poverina, aveva vissuto anni di privazioni, aveva di certo subito l’intromissione delle buone donne della parrocchia, aveva dovuto mascherare la propria indole che, a quanto pare, era quella di amante della vita, il tutto per poter un giorno andare all’aereoporto e salire su uno di quei grandi uccelli in grado di portarti in terra sconosciuta dove iniziare una nuova vita anche se hai più di sessanta anni.

  A distanza di tanti anni ed in quell’identico posto il ricordo della signorina Zenobia era stato chiaro ed il suo messaggio lancinante: sarebbe stato bello tagliare ogni legame, lasciare il marito spigoloso, i figli insoddisfatti, madre e suocera petulanti, padre e suocero…no, loro forse avrei dovuto condur
  Drinnn…drinn…
  Eccomi ora sull’aereo, anche io come la signorina Zenobia più di trent’anni fa, diretta su un’isola incantata dei Caraibi. Cosa farò? Non so, la pensionata o qualcos’altro, non importa, ma immagino lo stupore dei miei familiari: avranno già letto la lettera, avranno deciso che sono pazza, avranno fatto una corsa all’aereoporto, ma ormai è tardi. Non possono più fermarmi!
  Driiinnn…driiinnn…
  Cosa succede? Non voglio aprire gli occhi, non voglio perdere questo momento di raggiunta felicità, libera, indipendente… anche se….spero…di non sentirmi…sola!
Driinnn…driinnn.!
  E’…è la sveglia!
 

Mi vien da ridere, era solo un sogno!
  Un sogno o il vago desiderio del mio sub conscio?
  Mah! Di qualunque cosa si sia trattata, una mia fuga dal presente sarebbe ben misera cosa rispetto quella che a suo tempo fece la signorina Zenobia e poi, la signorina Zenobia forse era di più larghe idee io invece mi sono incastrata per anni con tutte le storie sull’unità familiare etc…etc…; saranno storie, chissà, ma è pur vero che, come dicono: ‘i figli so pezze e core!’